
Abbiamo da poco assistito alla travagliata indipendenza del Kossovo, un po’ il simbolo dell’ultima guerra tenutasi su suolo europeo. Il Kossovo è un puzzle di nazionalità, si trova al centro di interessi geopolitici a dir poco esplosivi e la sua semplice esistenza rischia di minare la stabilità di tutti i Balcani.
A paragone con l’epopea kossovara, la situazione della Groenlandia è limpida come le nevi eterne che ricoprono questa immensa isola. La Groenlandia è un residuo coloniale della piccola ma ricca Danimarca. Etnicamente gli abitanti appartengono prevalentemente della popolazione locale - gli Inuit – e in tutta l’isola vivono solamente 57.000 persone, concentrate nella capitale Nuuk, e nelle città costiere. Al contrario il territorio è immenso, 2.166.086 Km2 - circa sei volte l’Italia, per intenderci. I groenlandesi hanno una cultura caratteristica e relativamente ben preservata, di cui vanno estremamente fieri, una lingua diffusamente parlata – il Kalaallisut – e dal 1979 godono di una forma di auto-governo (l’hjemmestyre o Home Rule) che ne fa, de facto, uno stato quasi autonomo dalla Danimarca.
…in tutta l’isola vivono solamente 57.000 persone
Sembrerebbe dunque che recidere il filo sottile che li tiene ancora legati all’antico dominatore – il riconoscimento della regina Margrethe II come capo di stato, e il controllo delle politica estera che spetta ancora alla Danimarca – sia cosa da poco. Dopo tutto, la Groenlandia non fa nemmeno parte dell’Unione europea – ne uscì nel 1985 a seguito di un referendum – e ha un parlamento ben funzionante che amministra l’isola dal ’79.
Andando a osservare la Groenlandia da vicino, come spesso accade, la apparente semplicità delle cose si frantuma e confonde. La prima questione è che la Groenlandia non è poi tanto indipendente dalla vecchia potenza coloniale, almeno non in termini economici. L’isola ha vissuto una congiuntura economica negativa nel corso di tutti gli anni ’90, e le sue entrate economiche dipendono in maniera sostanziale dai generosi contributi danesi: 3,2 miliardi di corone danesi all’anno, che corrispondono a circa 9000 euro per abitante.
3,2 miliardi di corone danesi all’anno per l’isola
E’ facile immaginare come per un paese così ampio e sotto-popolato, con condizioni climatiche estreme, sia quasi impossibile costruire solide basi economiche senza sostegno esterno. Ma non sono solo i contributi il problema della Groenlandia. Derrate alimentari, componenti tecnologici, medicinali, materie prime, prodotti di ogni tipo atterrano quotidianamente con i voli da Copenhagen. Seguono il percorso inverso gli studenti che desiderano frequentare le università o chiunque voglia sviluppare attività commerciali o rapporti di qualsiasi tipo con il resto dell’Europa e del mondo.
E’ difficile immaginare come questo paese, le cui industrie più sviluppate sono la pesca e il turismo, possa davvero desiderare di staccarsi dal suo “ponte” col resto del mondo. E l’indipendenza significherebbe la fine del sostegno economico danese.
La risposta a questa domanda, e al perché la Groenlandia abbia scelto questo momento per portare a compimento il suo percorso d’indipendenza, giace nel sottosuolo del paese. Il riscaldamento climatico e l’impennata del prezzo del petrolio hanno reso il sottosuolo groenlandese, ricoperto per la maggioranza da ghiacci eterni, un affare allettante. Oggi le risorse minerali del paese vengono spartite a metà con la Danimarca, ma i Groenlandesi rivendicano il pieno controllo. E già si discute dei diritti estrattivi nel mare artico – e un futuro stato Groenlandese potrebbe ambire a una lauta fetta delle concessioni – nonché dell’importanza strategica di controllare il “passaggio a nord”, ovvero una nuova via marittima commerciale che attraversi il polo nord, evitando lunghe circumnavigazioni.
i Groenlandesi rivendicano il pieno controllo delle risorse minerarie
La Danimarca sembra aver preso con filosofia la perdita di quasi il 98% del suo territorio, e dei lauti profitti derivanti dai minerali e petrolio. Il governo ha firmato un accordo che spiana la via alla “secessiùn” in salsa artica, tre danesi su quattro si dichiarano d’accordo e il 63% considera giusto che i Groenlandesi beneficino delle loro risorse naturali. In attesa del referendum che probabilmente si terrà nel corso del 2008, il governo Groenlandese ha anche altri problemi da affrontare: oltre a decidere come gestire un potenziale tesoro - che ha però il piccolo difetto di non essere stato ancora né individuato né raggiunto con le tecnologie esistenti e nelle attuali condizioni climatiche – deve anche sviluppare una classe dirigente di livello internazionale in una paese dove problemi come l’alcolismo e la violenza domestica sono una piaga sociale, dove esiste solo una minuscola università con quattro dipartimenti, manca un aeroporto internazionale e per il momento anche un esercito che controlli l’enorme territorio.
tre danesi su quattro si dichiarano d’accordo con la secessione
Alcuni osservatori credono che una Groenlandia indipendente ma estremamente debole possa passare rapidamente nella sfera di influenza americana; gli USA già controllano l’importante base di Thule, parte della rete di difesa missilistica statunitense (e costruita negli anni ’50 scacciando la comunità Inuit della zona). In ogni caso, pochi sembrano credere che i Groenlandesi riusciranno a decidere indipendentemente del loro destino, come ripetono i sostenitori dell’indipendenza. Ancora una volta un popolo sembra aver scelto la via della separazione invece dell’integrazione con i propri vicini come soluzione per preservare la propria integrità culturale, sociale ed economica. Resta da vedere se la Groenlandia potrà davvero continuare a essere un’isola tra l’America e l’Europa.





