
L’oggetto della questione è adesso il sovraffollamento di corpi femminili nei nostri programmi televisivi e nelle nostre pubblicità e, da qui, del ruolo della donna stessa nella nostra società. Il Financial Times ha dedicato una delle sue ultime copertine proprio a questo: in Italia insomma se si è donna e si vuole attrarre l’attenzione non si può non farlo se non ammiccando in costume da bagno.
Ma quello che più mi ha colpito è che a dare man forte a questa incresciosa situazione siano anche, seppur in modo indiretto, politici italiani, come chi, in una recente intervista al Corriere della Sera, ha riattizzato la questione lanciando la proposta di una pensione per le casalinghe. Quello che forse non si tiene in considerazione, quando si fanno proposte del genere, è che una tra le più grandi piaghe dell’economia italiana è la scarsa produttività, conseguenza anche della quasi totale assenza di donne occupate.
La proposta, insomma, non farebbe altro che incancrenire questa defaillance di mercato della nostra economia, senza peraltro considerare che una proposta come questa sia tanto attraente quanto poco realizzabile. In un paese dove sono a rischio le pensioni di lavoratori con anni di carriera alle spalle, è quantomeno ovvio che un progetto di pensione alle casalinghe susciterebbe, alla meglio, ilarità.
L’Italia non è tuttavia l’unico tra i paesi europei al quale tirare le orecchie. In realtà la questione del lavoro femminile è molto più complessa e radicata di quanto ci si possa immaginare. Secondo un comunicato diffuso da Bruxelles, sul fronte del divario tra occupazione femminile e maschile, l’Italia è al terzultimo posto, con 24 punti di distacco tra i due sessi .
Più maschiliste sono solo Malta (40 punti) e Grecia (27 punti). I più virtuosi sono la Finlandia (solo 4 punti), e Lituania e Svezia (entrambe 5 punti). Come è prevedibile, l’Italia è al penultimo posto nella classifica Eurostatper l’occupazione femminile. Appena il 46,3%, contro una media dei 27 pari a 57,2% e dell’Eurozona pari a 56,7%. Dopo c’è solo Malta, che registra un tasso di occupazione femminile pari a 34,9%.
le donne in Europa guadagnano il 15 per cento meno degli uomini
Ma le discriminazioni non si riducono solo al fronte occupazione: le donne in Europa guadagnano il 15 per cento meno degli uomini. È la situazione definita «assurda» dal commissario per l’Occupazione, gli affari sociali e le pari opportunità Vladimir Spidla. La Commissione ha pubblicato una relazione che indica in che modi l’Unione europea può colmare questo scarto. Le differenze in busta paga cambiano a seconda di diversi fattori: l’età, o il livello salariale, o ancora gli anni di servizio. Ma a pesare più di tutto è la maternità. Lo scarto aumenta per le donne che decidono di avere dei figli. Perché molte si vedono costrette a rinunciare alla carriera, o a chiedere un part time.
Quello che realmente dovrebbe essere fatto, allora, è promuovere una politica di aiuto alle famiglie che si concretizzi in maggiore presenza di asili nido e di una più incisiva politica di assistenza agli anziani. Ciò che è, ad esempio, accaduto qualche mese fa in Spagna dove una proposta di legge simile è stata avanzata dal governo Zapatero ed approvata dal Parlamento spagnolo.
Ma a permettere una soluzione al problema dovranno essere gli uomini. E non mi riferisco a quei pregiudizi che ancora possono esistere in realtà omocentriche e che impediscono l’accesso o l’ascesa delle donne ai vertici delle carriere, quanto, più concretamente, alla divisione dei compiti domestici. Oggi, un uomo che lavora a tempo pieno dedica in media sette ore alla settimana alle faccende domestiche e alla cura dei bambini, contro le 24 ore settimanali di una donna nelle stesse condizioni.
Solo in virtù di una cooperazione reciproca e di un sostanziale ripensamento delle politiche occupazionali, nonché dei sistemi di welfare dei paesi europei, questo profondo gap potrà essere colmato.






