
La campagna per il referendum europeo è stata la campagna giusta nel contesto politico in cui era stata lanciata [1]. Dopo i No in Francia e in Olanda nei referenda di ratifica del Trattato costituzionale, il periodo di impasse causato dall’assurdo e antidemocratico metodo delle ratifiche nazionali all’unanimità si sarebbe potuto superare, probabilmente, in due soli modi: o un accordo tra i governi su un testo meno ambizioso, non più definito costituzionale, tale da poter entrare in vigore mediante ratifiche parlamentari e da non suscitare troppe proteste di cittadini delusi di essere esautorati del diritto di decidere del loro futuro tramite referendum popolare; oppure l’istituzione di un metodo nuovo, finalmente democratico, di ratifica: un referendum europeo, che avrebbe permesso, qualora una maggioranza di cittadini e di stati avesse detto Sì alla Costituzione europea, di creare un’avanguardia di paesi che avrebbero adottato il Testo, non più bloccati dagli stati che non vogliono proseguire nel cammino dell’integrazione.
Come sappiamo l’ipotesi che si è verificata è stata la prima: l’elezione di Sarkozy e il suo accordo con la Merkel hanno permesso di chiudere la partita al Consiglio europeo di giugno 2007, e di arrivare pochi giorni fa a firmare il nuovo Trattato. La campagna per il referendum europeo avrebbe acquistato forza, in quanto indicatrice dell’unica via d’uscita, se i governi cosiddetti “amici della Costituzione” avessero puntato i piedi sulla difesa del Testo uscito dalla Convenzioneconvocata a Laeken, facendo saltare l’accordo al ribasso, ma così non è stato. A quel punto, non essendoci più l’oggetto su cui la campagna si fondava (la Costituzione europea), si è dovuto iniziare a meditare su come rilanciare l’azione, nel nuovo quadro offertoci dalla storia.
- I cittadini sono entrati nel processo costituente, e non intendono uscirvi. Questo è vero non solo in quanto la Costituzione è stata posta a ratifica tramite referendum in quattro paesi (Spagna, Lussemburgo, Francia, Olanda) e di fatto bloccata dal No di due popoli nazionali, ma anche per la presa di coscienza successiva a queste ratifiche da parte di settori dell’opinione pubblica europea, che non accettano più che un testo fondamentale per la vita di ognuno come la Costituzione sia approvato sopra le teste dei detentori ultimi della sovranità, i cittadini.
Mi ha stupito e incuriosito seguire il dibattito sulla ratifica del Trattato di Lisbona (che pure non è la Costituzione federale, ma che rafforza le istituzioni dell’UE). In vari paesi (ad esempio Olanda, Francia [2], Regno Unito, Danimarca, Austria) e anche da parte di alcuni parlamentari europei [3] e di reti di ONG [4]c’è stata una mobilitazione di chi ritiene sbagliato non sottoporre al parere dei cittadini persino questo testo, frutto di un compromesso al ribasso, che si osserva essere comunque molto simile al Trattato costituzionale e che riformerà quindi in maniera significativa le istituzioni europee. I governi, impauriti dalla possibilità che in qualche referendum nazionale possa vincere il No, si sono guardati bene dal dare ascolto a queste rivendicazioni, così che probabilmente una ratifica referendaria del Trattato di Lisbona si avrà solo in Irlanda, dove è prescritta dalla Costituzione irlandese.
A mio parere, quando arriveremo finalmente ad elaborare la Costituzione che istituisce la Federazione europea, o comunque un Testo avanzato di livello costituzionale, non si potrà evitare di sottoporlo a ratifica referendaria: i cittadini europei non sono più disposti a permetterlo. Si porranno allora due sole alternative: o una serie di referenda nazionali da passare all’unanimità, qualcuno dei quali vedrà invece la vittoria del No (è facile prevederlo, vista l’attitudine dei popoli di qualcuno dei 27 Stati) facendo sì ancora una volta che una minoranza blocchi la maggioranza di chi vuole andare avanti; o un referendum europeo, che creerà la spaccatura consentendo alla maggioranza di stati e di cittadini che avrà votato Sì di far entrare in vigore tra di loro la Costituzione.
- Il Trattato di Lisbona non risponde alla necessità di Europa che c’è nel mondo e alla necessità che ha l’Europa di rendersi Federazione per avere un ruolo nel mondo globalizzato. Gli stessi governi nazionali l’hanno riconosciuto implicitamente nominando, al tempo stesso in cui firmavano il Trattato di Lisbona, un “Comitato di saggi” che analizzi le sfide che l’Europa si troverà di fronte nei prossimi decenni. Questi stessi governi, quello francese in testa, non si rendono però conto di cadere nel ridicolo quando intravedono un nuovo sogno europeo come risultato delle analisi di questo gruppo di persone non elette, non rappresentative di nessuno, e vincolate a un mandato che esclude la proposta di riforme istituzionali per L’UE, ma si battono allo stesso tempo per mantenere agli stati una fittizia sovranità in politica estera e in politica fiscale, formalmente ancora nelle loro mani, ma assolutamente inefficace ormai se esercitata a livello nazionale.
- Che fare per rilanciare il processo costituente europeo? Credo che si debbano sfruttare le innovazioni contenute nel Trattato di Lisbona. In primo luogo vi è l’istituzione di un rapporto fiduciario tra Parlamento europeo e Commissione: la nomina del Presidente della Commissione sarà finalmente legata al risultato delle elezioni europee. Se gli schieramenti europei proporranno ciascuno il loro candidato alla Presidenza della Commissione, potrà nascere una campagna elettorale europea basata sulla presentazione di diversi programmi di governo dell’Europa, e il Presidente della Commissione sarà eletto dai cittadini per mettere in pratica il programma presentato. I movimenti per l’Europa unita dovranno impegnarsi per ottenere che questo accada.
Mi voglio però qui concentrare su una seconda innovazione: negli articoli che delineano le procedure di revisione del Trattato viene istituzionalizzato l’organo della Convenzione. Si prevede che “il governo di qualsiasi Stato membro, il Parlamento europeo o la Commissione possono sottoporre al Consiglio progetti intesi a modificare i Trattati. Qualora il Consiglio europeo, previa consultazione del Parlamento europeo e della Commissione, adotti a maggioranza semplice una decisione favorevole all’esame delle modifiche proposte, il presidente del Consiglio europeo convoca una convenzione composta da rappresentanti dei parlamenti nazionali, dei capi di Stato o di governo degli Stati membri, del Parlamento europeo e della Commissione.”
Abbiamo già sperimentato le potenzialità che una Convenzione, rappresentativa dei cittadini e degli Stati dell’Unione, può avere. La Convenzione di Giscard, pur non avendone il mandato e pur votando per consenso e non a maggioranza, ha prodotto un testo che tutti abbiamo chiamato Costituzione, imperfetto ma comunque innovativo e con potenzialità di evoluzione in senso federale. Credo che si dovrà sfruttare il fatto che ora i Trattati stessi sanciscono che una Convenzione può essere convocata a maggioranza: ci dovrà essere una forte pressione popolare sui governi, sulla Commissione e sui parlamentari europei (cioè su chi ha il potere di far iniziare la procedura di convocazione della Convenzione) affinché a questo si arrivi.
L’ostacolo pesantissimo però permane ancora. Il Trattato stabilisce che “la convenzione esamina i progetti di modifica e adotta per consenso una raccomandazione a una conferenza dei rappresentanti dei governi degli Stati membri. Una conferenza dei rappresentanti dei governi degli Stati membri è convocata dal presidente del Consiglio allo scopo di stabilire di comune accordo le modifiche da apportare ai trattati. Le modifiche entrano in vigore dopo essere state ratificate da tutti gli Stati membri conformemente alle rispettive norme costituzionali.”
Insomma, i governi vogliono mantenere l’ultima parola su possibili riforme istituzionali, tramite la Conferenza intergovernativa a cui sarebbero sottoposti i risultati della Convenzione, e poi tramite il ricorso alle ratifiche nazionali. I cittadini europei non dovranno permettere che questo accada, dovranno affermare chiaramente che è un imbroglio servirsi del metodo convenzionale, se a questo non si affianca una ratifica tramite referendum europeo.






